Test cards e una riflessione (tanto c'è il ponte per leggere!) - Dialoghi Naturali #9
Dialoghi Naturali #9
Siamo felici di confermare che il primo test delle Cards AConnection sarà mercoledì 7 maggio dalle 13:00 alle 14:00 online a questo link. Grazie a chi ha risposto al doodle.
Un'ora per giocare e allenarci al pensiero ecosistemico, esplorando come la natura gestisce i limiti e come possiamo farci guidare da essa per imparare a stare dentro ai limiti come società ed economie.
Se ti va di esserci, preparati a portare curiosità, voglia di dialogare e uno sguardo nuovo sul futuro!
E se la decrescita fosse un atto evolutivo?
C’è un’idea ostinata che fatichiamo a lasciar andare: che la crescita sia sempre e comunque un bene. Anche quando produce disuguaglianze, consuma risorse e lascia dietro di sé stanchezza e solitudine.
Ma se non possiamo più crescere all'infinito, cosa possiamo scegliere invece?
In questo post condividiamo una riflessione che, a partire dalla pratica aziendale della cosiddetta sostenibilità, si interroga sulla necessità di prendersi tempo per costruire nuovi paradigmi, sulla decrescita e sul perché non sia una rinuncia, ma un atto evolutivo. Una transizione che richiede coraggio, sì, ma anche lentezza, collaborazione, fiducia.
È una lettura lunga, ma speriamo possa risuonare e aprire uno spazio di dialogo.
Questa è la newsletter di AConnection, ci facciamo ispirare dalla natura, riconnettiamo persone ed organizzazioni per dare forma a nuovi modelli di generazione del valore rigenerativi, ecosistemici.Lavorando all'interno delle organizzazioni per implementare la sostenibilità (nel concreto, giorno dopo giorno), non puoi fare a meno di notare che il sistema non funziona, che è difficile liberarsi dai trade off tra sostenibile e remunerativo. E si percepisce anche una grande stanchezza. Se fossimo in grado di fare le cose meglio, con maggiore attenzione e maggiore efficacia, le persone starebbero meglio e anche il pianeta ne trarrebbe beneficio.
È un discorso politico, ovviamente. Cambiare su larga scala non è una metodologia aziendale riassumibile su un PowerPoint o un Excel: rimettere al centro il bene comune e la prosperità per tutti, riportare l’economia al reale, al locale, colpire gli over-profitti e rimuovere i sussidi alle industrie inquinanti non è compito della singola azienda. Ma ne conosciamo molte che ne trarrebbero beneficio.
Imprenditrici e imprenditori che si sentirebbero finalmente in grado di fare scelte responsabili, in un mercato che premi l’innovazione, la sostenibilità e anche la calma, rendendo tutto più tranquillo. Con un sistema che permetta di pagare gli stipendi, orientare gli investimenti al bene comune e, probabilmente, ripensare le strutture organizzative per dare più spazio ai collaboratori.
Se solo potessimo dire ad alta voce che abbiamo bisogno di tempo. Tempo per formarci, per sbagliare e correggere, per discutere e sperimentare. Se non fossimo incarcerati nel mito dell’efficienza, alimentato da una scarsità artificiale che favorisce la competizione, limita la collaborazione e ignora invece la scarsità reale delle risorse naturali, aggravata dall’estrattivismo, di cui il pianeta ci chiede conto.
Il sistema è rotto e le persone dentro di esso lo sono altrettanto, ma non abbiamo il tempo di costruirci una cultura politica, di discutere o ammettere che siamo in difficoltà.
Invece questa è la vera battaglia. Programmare la nostra evoluzione come specie è fondamentale, a meno che non vogliamo considerarci parassiti di questo sistema-pianeta, destinati a distruggerlo e a dare inizio a un nuovo ciclo evolutivo (un ciclo di cui non saremo protagonisti). Potremmo, invece, vederci come attori ecosistemici e considerare questo il plateau dell’infezione che abbiamo provocato, cercare l’acquiescenza e poi il nostro ruolo nel pianeta. Forse sempre parassitario, ma in grado di generare movimento positivo anziché distruttivo. Decrescere nel nostro impatto, stabilire un limite (che conosciamo già, i limiti planetari) e costruire modelli locali, resilienti, aperti e connessi.
Da una parte c’è il negazionismo climatico, l’istituzionalizzazione delle disuguaglianze, un turbocapitalismo che schiaccia la politica e lo smantellamento progressivo del concetto di Stato e di bene comune. Dall’altra parte gli spazi di riflessione sul concetto di sostenibilità si fanno sempre più caotici e perdono il senso di urgenza.
Il punto è che il tema è drammaticamente attuale e coinvolge tutte le sfere: personali, sociali, politiche, economiche. Possiamo anche decidere di non chiamarlo più “sostenibilità”, ma è necessario far entrare in gioco nuovi punti di vista utilizzando nuove lenti: economiche, scientifiche, ma anche filosofiche, spirituali, e anche corporee.
È in questo ambito che si incontrano dati scientifici, come quelli sui limiti planetari proposti da Johan Rockström nel 2009, all’epoca direttore dello Stockholm Resilience Centre, che danno una misura sempre più concreta del superamento delle soglie critiche di rigeneratività del pianeta, e le intuizioni sociologiche che indicano la necessità di ritrovare un senso del bene comune, della collettività.
A livello europeo, ma non solo, ci sono movimenti che provano ad immaginare e studiare come potrebbe essere un’economia in grado sia di rispettare i limiti planetari che di rimettere al centro le persone.
Se guardiamo all’economia della crescita e dell’accumulo dal punto di vista dei processi naturali, potremmo decisamente vederla come una specie invasiva: accelera produzione e consumo per generare profitto, concentrando i benefici in poche mani, scaricando però le perdite sull’intero ecosistema. Invece di adattarsi ai limiti del sistema vivente e rigenerarlo, lo forza, consumandolo fino al degrado.
La decrescita nasce proprio come risposta necessaria a questo squilibrio, proponendosi come un’azione controllata e razionale in antitesi al moltiplicarsi di crisi socio-ambientali che appaiono inevitabilmente connesse a fattori quali cambiamento climatico, crisi dell’approvvigionamento di risorse e battaglie geopolitiche connesse, aumento delle diseguaglianze, perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici connessi, crisi delle democrazie.
Non è una rinuncia, ma una scelta razionale ed intenzionale per una transizione verso un’economia più leggera, che riduce l’estrazione e lo spreco per rigenerare equità e benessere, come scrive Jason Hickel. Un modello che, come in natura, coopera con i limiti e le risorse del sistema vivente, scegliendo l’equilibrio al posto dell’accumulo.
La decrescita è una materia in evoluzione e sta assumendo un ruolo concreto nel dibattito politico ed economico. Non è più solo uno stile di vita individuale o di consumo consapevole. A differenza della recessione, la decrescita è un processo pianificato che seleziona i settori economici la cui riduzione è necessaria per operare all’interno dei limiti planetari e suggerisce di potenziare gli investimenti nei settori che contribuiscono al benessere umano e del pianeta: sanità, istruzione, trasporti pubblici, etc.
Il processo, naturalmente, non è omogeneo e standardizzato ma deve essere adattato localmente, facendo forti riflessioni sulle condizioni di partenza di produzione, consumo e qualità della vita.
Ecco, quindi, che per i Paesi più sviluppati dal punto di vista economico e industriale, la decrescita implica una forte riduzione della produzione e del consumo, ma porta anche a un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini: dalla riduzione dell’orario di lavoro e il rafforzamento dei servizi pubblici, fino alla discussione sul reddito di base universale.
Nei Paesi che hanno conosciuto minore crescita dei livelli di benessere e al contempo sfruttamento delle risorse, la decrescita riconosce invece la necessità di crescita economica per soddisfare i bisogni di base, processo però guidato da criteri di giustizia, equità e de-colonizzazione.
E dopo il ridimensionamento? La decrescita caratterizza una fase di passaggio, di ridefinizione dei modelli economici e sociali per riportarsi nei limiti planetari. Lo stadio successivo, post-crescita, può essere immaginata come un ecosistema maturo: non cresce indefinitamente, ma prospera attraverso l’equilibrio. Un’economia post-crescita redistribuisce risorse in modo equo, favorisce la diversità, prende decisioni collettive in armonia con i limiti naturali e garantisce resilienza a lungo termine.
Dentro questo framework di post-crescita molta attenzione è riposta ai meccanismi di generazione di valore, così come alle scelte in fatto di controllo dei fattori produttivi, di governance possibili in ottica di cooperazione, condivisione, knowledge sharing e meccanismi di tassazione delle emissioni e della ricchezza, per citarne alcune.
Né la decrescita né la post-crescita sono agende chiuse, piuttosto discussioni in evoluzione, proposte per immaginare e costruire nuovi futuri. Qualcuno le chiama utopie o ideologie, ma una cosa è certa: abbiamo bisogno di nuove idee per uscire dalla crisi che stiamo vivendo. La decrescita e la post-crescita propongono un’idea di collaborazione e benessere per tutti, Pianeta incluso. Proprio per questo ha del potenziale per farci tornare ad avere fiducia nelle nostre possibilità di trasformazione della società.
Grazie di averci letto.


