Ricchissimi e immeritati successi, come spezzare le narrazioni per guardare davvero a come sta la società,
Il nuovo rapporto Oxfam Taker not Makers
È uscito il nuovo rapporto di Oxfam, Takers and Not Makers, la povertà ingiusta e la ricchezza immeritata del colonialismo, un nuovo tassello nella decostruzione delle narrazioni economiche dominanti che ha caratterizzato le pubblicazioni dell'organizzazione negli ultimi anni. Il rapporto punta i riflettori sul livello paradossale di disuguaglianza raggiunto nel 2024, smontando alcune delle narrazioni più consuete: la meritocrazia, la crescita a vantaggio di tutti e l'identificazione del benessere con la capacità di consumo. È tempo di cambiare abbandonare le vecchie storie e costruirne di con nuove narrazioni.
La tempistica non potrebbe essere più significativa: la pubblicazione del report coincide con l'insediamento del secondo governo Trump negli Stati Uniti, confermando esplicitamente lo scenario tracciato. Una schiera di miliardari in prima fila sostiene il nuovo presidente, mentre il potere lo staff politico viene relegato in seconda fila.
Il 2025 si apre così con un messaggio inequivocabile: il potere economico, dopo aver testato i propri limiti negli ultimi decenni, può ora esercitare apertamente il controllo sulla politica nazionale e internazionale.
Ma cosa dice il
report?
La ricchezza dei miliardari nel 2024 è cresciuta a un ritmo tre volte superiore rispetto al 2023. Elon Musk potrebbe diventare il primo triliardario della storia, e si prevede che entro un decennio ce ne saranno almeno cinque: persone con fortune talmente immense da richiedere l'invenzione di un nuovo termine. Nel frattempo, il numero di persone che vivono con meno di 6,85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato dal 1990, e le proiezioni attuali indicano che servirà più di un secolo per portare l'intera popolazione mondiale al di sopra di questa soglia.
Il rapporto evidenzia come l'estrema concentrazione di ricchezza al vertice non derivi dal merito, bensì da rendite di posizione, eredità, monopoli e clientelismo. Sottolinea, inoltre, come queste ricchezze provengano da un sistema economico estrattivo e da una netta prevaricazione dell'interesse privato su quello pubblico, permettendo ai grandi accumulatori di influenzare politiche e decisioni collettive, ben prima del sodalizio Trump-Musk.
Questo report di Oxfam non è del tutto inedito nell'analisi economico-politica dell'organizzazione: arriva infatti a due anni da Radical Pathways Beyond GDP, uno studio che già denunciava l'accumulazione della ricchezza nelle mani di un'élite ristretta, mettendo in discussione i tradizionali criteri di valutazione della "salute" economica di uno Stato basati sul PIL. Da un lato si svelava il fenomeno dell'accumulazione stratosferica di ricchezza nelle mani di pochi; dall'altro, si contestava il modo di valutare la ricchezza delle nazioni.
Se non mettiamo in discussione come misuriamo la "salute" di uno Stato — considerando popolazione, risorse naturali, sociali, psicologiche e relazionali — non possiamo comprendere appieno la gravità della concentrazione di ricchezza e le modalità con cui viene conseguita. In altre parole, finché non riconosciamo la nostra povertà (non solo economica), non possiamo vedere la perdita che stiamo subendo a favore di un modello di ricchezza che ha perso di vista la collettività e l'etica.
Per dare un'idea concreta: anche se i dieci uomini più ricchi del mondo perdessero il 99% della loro ricchezza, rimarrebbero comunque miliardari. Ma il punto cruciale non è solo la dinamica che riguarda questi individui, bensì il meccanismo che rende possibile un'accumulazione così estrema.
Un dato impressionante del report la simmetria tra povertà e ricchezza estrema: il 44% della popolazione mondiale vive con meno di 6,85 dollari al giorno, mentre l'1% più ricco possiede quasi la stessa proporzione di ricchezza globale, pari al 45%. Questa cifra evidenzia un sistema profondamente squilibrato, dove l'accumulo di ricchezza nelle mani di pochi è strettamente connesso al mantenimento di milioni di persone in condizioni di estrema povertà.
Questo dato risente di una distorsione narrativa: il criterio per definire la soglia di povertà è criticato da numerosi economisti (Franzini, Raitano, P.Edward, D.Woodward e altri) per diverse ragioni. Non riesce a cogliere le disparità di povertà all'interno dei nuclei familiari, dove le donne sono le più colpite, né considera le diverse condizioni socioeconomiche — nelle economie occidentali, non possedere un cellulare può significare esclusione lavorativa e sociale. Soprattutto, non è abbastanza ambizioso nel definire un livello minimo di vita dignitosa, svincolato dalla mera logica del consumo. Con un indicatore così limitato, è impossibile rappresentare pienamente la portata delle disuguaglianze.
Il merito del report Oxfam sta nel mettere in discussione queste narrazioni che ci illudono di comprendere il sistema attuale. La prima è sicuramente quella che, nonostante l'esistenza di ricchi estremi, il benessere generale sia comunque aumentato. Ma quando si modificano il concetto di povertà e i metodi di misurazione del benessere, non solo emergono le disuguaglianze, ma diventa più naturale interrogarsi sulla loro origine.
Il report di quest'anno smonta anche altri due assiomi relativi all'aumento della ricchezza collettiva e al presunto buon funzionamento del mercato. Evidenzia il forte legame tra arricchimento e clientelismo, che sottrae potere e possibilità d'azione alle istituzioni pubbliche. La crescita della ricchezza dei miliardari è infatti legata al potere di mercato — spesso monopolistico — esercitato dalle imprese che controllano, garantendo rendite largamente immeritate e permettendo pressioni sui governi. Il report cita uno studio dell'Economist che ha quantificato la ricchezza dei miliardari "clientelari": è passata da 315 miliardi di dollari nel 1998 a 3.000 miliardi nel 2023, dall'1% al 3% del PIL mondiale in soli 14 anni. Questo dimostra come la ricchezza privata possa crescere a discapito dell'interesse collettivo che le istituzioni nazionali e sovranazionali dovrebbero tutelare.
Così si sfata il mito dell'uomo che si è fatto da solo e l'idea che una certa avidità amorale sia intrinseca all'essere umano, mentre il sistema sarebbe un mero spettatore neutrale. Al contrario, il sistema socioeconomico è profondamente responsabile di questi fenomeni: l'organizzazione capitalista — in sinergia con la sfera pubblica e istituzionale — finisce per istituzionalizzare e normalizzare dinamiche di estrattivismo e sopraffazione su larga scala.
La scorsa settimana, siamo stati a Milano per la prima uscita di AConnection nella cornice di Villa Litta Modignani, nel quartiere Affori. Abbiamo vissuto una giornata di riconnessione con la natura, parlando di biomimicry, del potenziale delle soluzioni a basso impatto ambientale, ma anche di disuguaglianze e dei limiti del sistema in cui operiamo. Eppure, persino in un contesto protetto e "positivo", abbiamo esitato a usare apertamente il termine "sistema capitalistico", consapevoli di quanto siano radicate le narrative sull'unico sistema economico possibile, sulla sfiducia verso la propensione all'individualismo umano e sulla crescita come mantra personale, sociale ed economico.
Mettere in luce come i "super-ricchi" esercitino uno strapotere economico e politico ci ricorda che il capitalismo è un sistema totale, fatto di meccanismi e narrative — la meritocrazia, la competizione, la produttività e soprattutto la crescita continua — che influenzano il comportamento di istituzioni, imprese e individui, ripercuotendosi sulla società a livello politico e culturale.
Eppure, è proprio da qui che dobbiamo partire: costruire nuove narrazioni, non solo per svelare ciò che non funziona, ma soprattutto per iniziare a costruire nuove storie che contengano idee e desideri diversi, indispensabili per attivarci e generare un vero cambiamento.


