La natura conosce i limiti e li abita, e noi?
Se la sostenibilità è rotta, la natura è la guida per immaginare nuovi scenari dentro i limiti.
Ci sono momenti in cui le conversazioni smettono di essere esplorative e diventano urgenti. L'incontro che abbiamo avuto il 21 marzo con la community di AConnection è stato uno di quei momenti: un tempo di passaggio, di consapevolezze che si depositano, e di verità che diventano impossibili da ignorare.
La sostenibilità sta diventando insostenibile? L'articolo di George Kell
Abbiamo deciso di partire da un contributo esterno, un articolo apparso su Illuminem scritto da George Kell, ex direttore esecutivo del Global Compact delle Nazioni Unite. Il titolo stesso dell'articolo è una provocazione che suona come una resa dei conti: "Has sustainability become unsustainable?". Un interrogativo che riecheggia nel nostro settore, nei corridoi delle imprese, nelle aule di formazione, tra gli attivisti stanchi e tra i professionisti disillusi.
Kell traccia un quadro nitido: dopo una fase di crescita accelerata, di attenzione politica e finanziaria, il tema della sostenibilità sembra oggi trovarsi in una fase di stallo. In Nord America, alcune grandi aziende e istituzioni finanziarie stanno facendo marcia indietro rispetto agli impegni ESG. In Europa, dove la sostenibilità era diventata parte della strategia politica attraverso il Green Deal, il quadro si sta complicando. Le tensioni geopolitiche, il reshoring delle produzioni, la crisi della cooperazione internazionale stanno incrinando le basi su cui poggiava l’idea stessa di transizione.
L’osservazione di Kell e degli altri autori è chiara: la sostenibilità sopravviverà con un reframing ma “nel passaggio da un regime a un altro, non ci si dovrebbe aspettare una traiettoria ordinata o prevedibile, ma piuttosto, come affermò il filosofo Gramsci, un “tempo di mostri”” e ancora “Parti dell'agenda della sostenibilità sono passate da speranze e imperativi morali a interesse economico personale e buonsenso aziendale”.
E proprio da qui siamo partiti con la nostra domanda: qual è l’elefante nella stanza? Qual è il nodo che continuiamo a evitare, anche mentre costruiamo politiche, report, strategie, alleanze? L’elefante, abbiamo riconosciuto insieme, è la nostra fede cieca nella crescita infinita. È la tensione sistemica e personale a non considerare mai i limiti, a vivere e produrre come se fossero inesistenti o superabili con uno sforzo di volontà o di tecnologia.
Il teatro della competenza: la dittatura del dato
Questa rimozione del limite si riflette anche nel modo in cui ci stiamo raccontando la sostenibilità. Negli ultimi anni, l’abbiamo riempita di tabelle, rendiconti, bilanci integrati, KPI, metriche. In molti contesti, la misurazione è diventata più importante del cambiamento stesso.
Ci siamo ritrovati attorno alle parole di Mark Fisher, che con lucidità ha scritto:
"La burocrazia non è il contrario del mercato; è il suo prodotto e il suo alleato. L’ossessione per le metriche, i controlli di qualità e la verifica costante non producono efficienza, ma piuttosto un teatro della competenza, in cui tutti sono impegnati a dimostrare di star lavorando piuttosto che a lavorare davvero."
E così, mentre l’elefante cresce e si fa più ingombrante, noi fingiamo di affrontarlo con report sempre più sofisticati. Un sistema che finisce per nascondere l’inazione, diluire l’urgenza, e produrre un senso di falsa sicurezza.
Ma una risposta esiste. E non è solo teorica, è già in cammino. La decrescita offre la possibilità di riportare l’economia e la società entro i limiti fisici e sociali del pianeta. Non si tratta di una rinuncia, ma di una scelta pianificata per ridurre l’uso di risorse ed energia, rigenerando al tempo stesso benessere umano e relazioni ecologiche. E in ottica di post-crescita, ci invita a immaginare e progettare ciò che verrà dopo: nuovi modi di vivere, produrre e generare valore, non più ancorati al dogma dell’espansione continua, ma all’equilibrio, alla cooperazione, alla rigenerazione.

Come la natura gestisce i limiti
Per rendere credibile questo cambio di paradigma, abbiamo bisogno di modelli alternativi. E se ci fermiamo ad osservare con attenzione, ci accorgiamo che la natura ci offre già una mappa. Gli ecosistemi funzionano da miliardi di anni dentro i limiti, senza mai smettere di evolvere. Anzi, è proprio grazie ai limiti che prosperano.
Una foresta, ad esempio, non cresce all’infinito. Si autoregola: perde foglie, rilascia nutrienti, si rigenera attraverso cicli di vita e morte. Dove c'è caduta, c'è rinascita. I limiti non sono ostacoli da superare, ma meccanismi di equilibrio e rinnovamento.
Una prateria è resiliente perché diversificata. Al suo interno convivono specie che reagiscono in modo differente a siccità, incendi, erbivori. La biodiversità è ridondanza funzionale: non serve solo per la bellezza del paesaggio, ma è un principio di stabilità.
E poi ci sono i licheni. Un’alga e un fungo, due organismi diversi (in realtà è un vero e proprio micro-ecosistema) che si alleano per vivere insieme. Non si fondono, non si annullano: collaborano intrecciando capacità diverse per creare qualcosa di più forte. Questo tipo di interdipendenza è alla base di interi ecosistemi forestali, dove le micorrize collegano le radici degli alberi, permettendo lo scambio di acqua e nutrienti.
La natura conosce i limiti e li abita. Risponde con feedback rapidi, si adatta con dinamismo, genera stabilità attraverso la diversità, e costruisce cooperazione di lungo periodo.
Riprogrammare il nostro concetto di crescita
A questo punto, la domanda sorge spontanea: cosa significa davvero "crescere"?
Una delle intuizioni più forti dell’incontro è stata riconoscere che la cultura della crescita infinita si è infiltrata anche nel nostro modo di pensare a noi stessi. Viviamo immersi in una narrativa che ci chiede di essere sempre migliori: più performanti, più produttivi, più competenti. Ogni giorno.
Ma questa tensione continua è logorante. Ci lascia in perenne rincorsa. Come se l’unico modo per esistere fosse migliorare continuamente. È una crescita senza fine, che non contempla il riposo, la crisi, il declino, la rigenerazione e neppure la ciclicità dell’esistenza.
L'autorealizzazione come punto di partenza
Da qui, una delle riflessioni più sorprendenti: quella sull’origine della piramide di Maslow. In pochi sanno che la famosa rappresentazione dei bisogni umani, culminante nell’autorealizzazione, prende ispirazione da saperi indigeni. Ma c'è un fraintendimento.
Nei sistemi di pensiero da cui Maslow aveva attinto, l’autorealizzazione non è il fine individuale, è il punto di partenza per mettersi a disposizione della comunità. Non si esprime il proprio potenziale per elevarsi sopra gli altri, ma per dare il proprio personale contributo all’equilibrio collettivo.
Ecco allora che il concetto stesso di realizzazione cambia volto: diventa relazione, contributo, reciprocità.
Conclusione provvisoria (come la natura)
La decrescita non è la fine. È un ritorno all’equilibrio, considerando i limiti.
La post-crescita non è una rinuncia, ma un’opportunità: un invito a ripensare il futuro con occhi e strumenti nuovi.
AConnection si fonda su queste premesse. Le connessioni che intrecciamo tra natura, cultura e azione sono semi di un pensiero sistemico, radicato e visionario. Non abbiamo tutte le risposte, ma sappiamo che è tempo di riprendere il dialogo con l’elefante. E con la Terra. Sta a noi decidere se ascoltarla e, finalmente, risponderle.



