Il termine crediti di biodiversità parla la lingua della finanza, non della natura
Abbiamo parlato di crediti di biodiversità utilizzando la biomimicry. E poi: in programma due uscite in bosco, un esercizio di riconnessione e il glossario.
“If we pollute the air, water and soil that keep us alive and well, and destroy the biodiversity that allows natural systems to function, no amount of money will save us.” – David Suzuki
Nel nostro pianeta stiamo assistendo a una perdita di biodiversità senza precedenti. Ogni giorno, secondo alcune stime, scompaiono circa 50 specie viventi, un tasso fino a migliaia di volte superiore alla norma storica. Un’emergenza ambientale che mette a rischio non solo la natura in sé, ma anche i servizi ecosistemici essenziali – dalla produzione alimentare alla purificazione dell’acqua – su cui poggia buona parte del benessere umano.
Che cosa sono i “Crediti di Biodiversità”?
Un credito di biodiversità viene definito come un certificato che attesta un intervento concreto di tutela o ripristino di un ecosistema, generando un impatto positivo misurabile. Alcuni lo paragonano al meccanismo dei crediti di carbonio, ma la biodiversità non si può “compensare” globalmente come la CO₂: le specie e gli habitat sono strettamente legati al territorio e alle comunità umane che vi abitano. In questa diversità locale risiede un limite al concetto di “credito” così come lo conosciamo, ma forse anche la sua forza, se gestito in modo più radicato e partecipato.
La parola “credito” e il peso (eccessivo?) dei meccanismi finanziari
Nelle conversazioni dell’ultimo appuntamento dei Dialoghi Naturali del 14 febbraio è emersa più volte la domanda: ha senso parlare di “credito”, come se la biodiversità fosse una merce scambiabile? Se, per definizione, non è prevista una rivendita sul mercato (almeno nell’impostazione attuale) e non esiste un’unità standardizzata di “valore” per ogni singolo progetto, possiamo ancora chiamarlo credito?
La logica economica: Il termine rimanda a una dinamica di mercato, dove un ente o un’azienda “compra” un’azione di tutela per “compensare” altrove un danno o ottenere un beneficio reputazionale. Ed è qui che i meccanismi finanziari entrano in gioco: sostenere la tutela della natura viene tradotto in un sistema di “crediti” trasferibili, almeno potenzialmente, su un registro contabile.
Recuperare le risorse: Invece di parlare di crediti, abbiamo provato a ragionare in termini di contributo obbligato, tassazione ambientale o anche di donazione. In quest’ultimo caso, si metterebbe l’accento sul valore intrinseco della natura e sul dovere collettivo di proteggerla, anziché avviare un mercato. Se stiamo cercando risorse per salvaguardare gli ecosistemi, perché non agire con prelievi fiscali mirati (magari su chi inquina o sfrutta maggiormente le risorse naturali) o attraverso un fondo a cui contribuire in forma obbligata?
La questione culturale: Parlare di “credito” evoca la fiducia in un ritorno, il che può alimentare aspettative finanziarie più che ecologiche. L’uso delle logiche di mercato è in parte pensato per “velocizzare” la raccolta di risorse e coinvolgere il settore privato, ma rischia di deformare il nostro rapporto con la natura, riducendo un bene comune a un asset.
In sintesi, una delle sfide maggiori consiste proprio nel capire se l’urgenza di reperire fondi giustifica l’adozione di strumenti nati in ambito finanziario, oppure se occorra un ripensamento più ampio, che consideri la natura come bene comune, indipendentemente dalla sua “valutazione” sul mercato.
La complessità degli ecosistemi e l’ansia di misurazione
Un altro punto cruciale emerso riguarda la misurazione. Nel caso del carbonio si può (con le dovute approssimazioni) calcolare quanta CO₂ viene catturata da un progetto di riforestazione o evitata da un cambiamento di tecnologia. Ma la biodiversità è fatta di interazioni complesse e in buona parte ancora sconosciute: insetti impollinatori, funghi micorrizici, catene alimentari, migrazioni di specie e molto altro.
Rischio di riduzionismo: Se ci si focalizza esclusivamente su ciò che si sa misurare, si tende a trascurare una moltitudine di fattori ecologici intangibili (o non ancora conosciuti) che determinano la vitalità degli ecosistemi. L’ansia di tradurre tutto in “un numero economico” può semplificare eccessivamente la realtà.
Il paradosso dell’intangibile: Più cerchiamo di “quantificare” in termini monetari, più rischiamo di perdere di vista l’esperienza integrale della natura. In alcuni progetti virtuosi, si opta per forme di valutazione più narrative, che includano storie delle comunità locali, osservazioni qualitative, principi ecologici più ampi. Sono approcci più lenti e meno “accattivanti” sul piano finanziario, ma meglio aderenti alla complessità del mondo naturale.
Quindi, da un lato, senza dati condivisi è difficile attrarre risorse e verificare l’efficacia degli interventi di tutela; dall’altro, ci vorrebbe prudenza nel trasformare ogni aspetto degli ecosistemi in cifre, perché ciò rischia di ridurre la natura a un “prodotto” e di non coglierne le dinamiche più profonde.
Ripensare la biodiversità come bene comune
E ancora, nel corso di Dialoghi Naturali, sono emersi parallelismi con il mercato dei crediti di carbonio, e i suoi limiti. Di fatto, la compensazione ha spesso rallentato le misure di riduzione diretta delle emissioni e in qualche caso ha penalizzato le comunità locali, escluse dalla gestione e dalla fruizione delle risorse.
Il timore è che, se la logica del “credito finanziario” prevale, si possano creare nuove forme di colonizzazione ambientale, dove aziende e investitori dettano regole di “protezione” con scarso coinvolgimento delle popolazioni che vivono e lavorano in quegli ecosistemi.
La conclusione che molti hanno condiviso nel webinar è che il tema della biodiversità non può essere semplicemente “monetizzato”. Occorre ridiscutere il modello economico e, per mobilitare risorse, considerare investimenti pubblici, contributi obbligati, donazioni o partnership realmente locali, senza ridurre tutto a un “prezzo” da pagare.
Domande aperte
Come finanziare in modo trasparente ed equo i progetti di tutela della biodiversità, senza creare nuove forme di speculazione?
Esiste un modo di misurare i progressi su habitat, specie e comunità umane che non riduca la natura a un semplice valore di mercato?
In che modo valorizzare l’apporto delle popolazioni locali, che spesso custodiscono conoscenze e pratiche fondamentali per salvaguardare gli ecosistemi?
Continueremo il confronto e la ricerca su queste tematiche. Se vuoi condividerle puoi usare questo link.



