Il costo del nostro scrolling.
L'estrazione della risorsa più importante del nostro tempo.
Questo mese.
- Attenzione rubata e tempo sacro, limiti umani e planetari.
- Giustizia climatica: dall'attivismo alle aule di tribunale, funzionaLa nostra attenzione è il nuovo territorio da cui si estrae valore. Ma a che prezzo?
Viviamo in un’epoca che ci chiede costantemente di fare tutto, subito e possibilmente allo stesso momento e questo ci rende incapaci di essere davvero presenti in quello che facciamo.
Siamo costantemente connessi, eppure profondamente disconnessi: da noi stessi, dagli altri, dalla natura, dai ritmi che regolano la vita su questo pianeta da miliardi di anni. Le nostre giornate scorrono in un flusso ininterrotto di notifiche, finestre aperte, doomscrolling, input digitali, interruzioni. E più pensiamo di “rimanere al passo”, più ci sentiamo esausti, distratti, frammentati.
Non è un caso.
La nostra attenzione è diventata una risorsa economica, forse la più preziosa del XXI secolo. E come ogni risorsa, è stata resa estraibile. I social media, i feed infiniti, i contenuti “senza fondo” non sono progettati per informarci o intrattenerci: sono progettati per tenerci lì, incollati, consumando tempo, energia e soprattutto capacità critica. In un sistema che si alimenta del nostro tempo, ogni momento sottratto alla profondità è un guadagno per qualcun altro.
Una società che consuma attenzione è una società che dimentica.
Ci dimentichiamo di respirare a fondo. Di contemplare. Di stare in silenzio. E alla lunga, dimentichiamo anche come si pensa davvero, in profondità. Non a caso, come suggerisce Johann Hari in “L’attenzione rubata”, la crisi dell’attenzione non è solo individuale: è collettiva, sistemica, strutturale. E impedisce di vedere ed affrontare le crisi più urgenti del nostro tempo, perché se non riusciamo a concentrarci, ad essere presenti, non possiamo neanche cambiare le cose.
E allora chiediamoci: a cosa serve tutto questo rumore? Cosa ci viene impedito di vedere, mentre siamo distratti?
La crisi che non vogliamo affrontare è quella del limite.
Viviamo come se tutto fosse infinito. Tempo, energie, risorse, crescita economica, ma basta cambiare scala per cambiare prospettiva.
Gli atomi che ci compongono, il carbonio nei nostri tessuti, l’ossigeno che respiriamo, l’acqua che ci attraversa, sono gli stessi da miliardi di anni. La Terra non produce nuova materia. Tutto si trasforma, si rigenera, ma solo se i cicli naturali vengono rispettati.
E anche noi, come la Terra, abbiamo dei limiti, ma viviamo come se non ci appartenessero. Lavoriamo senza pause, inseguiamo mille stimoli, pensiamo di poter essere ovunque, ma il nostro cervello è rimasto lo stesso da decine di migliaia di anni: può gestire uno o due pensieri alla volta, non dieci. E ogni volta che cambiamo compito, c’è un costo, non solo in termini di energia, ma in precisione, lucidità, memoria, creatività.
È lo switch cost: ogni passaggio da un'attività all’altra richiede al cervello di riconfigurarsi. E in quel passaggio, diventiamo più lenti.
È lo screw-up effect: perdiamo pezzi. Dimentichiamo da dove stavamo partendo, ricostruiamo male.
È il drenaggio di creatività: non lasciamo spazio per nuove connessioni, intuizioni, idee.
È il vuoto nella memoria: se l’attenzione salta, l’esperienza non si sedimenta.
Abbiamo preso il multitasking, un concetto tecnologico creato per macchine che lavorano simultaneamente con più processori, e lo abbiamo applicato alla nostra biologia. Ma non siamo macchine e non siamo programmati per funzionare in questo modo. Per multitasking, non intendiamo l’avere tanti interessi o progetti, la varietà, anzi, è spesso linfa. Il problema nasce quando cerchiamo di fare più cose nello stesso momento, senza dare attenzione piena a nessuna. Non è la quantità a creare il problema, ma la frammentazione.
Lavoriamo senza pause, ci sovraccarichiamo di stimoli, pensiamo di poter performare sempre, come se il tempo fosse solo un contenitore da riempire, e non un ritmo da abitare. Ogni interruzione ci allontana da quello che conta, ogni salto frammenta il pensiero, ogni ora spezzata è un’occasione persa per entrare in profondità.
E allora l'estrattività non è solo ambientale ma anche relazionale, mentale, emotiva.
Ogni volta che restiamo intrappolati in un loop digitale da cui fatichiamo a uscire, stiamo partecipando a un’economia dell’estrazione. Ogni volta che ignoriamo i segnali di esaurimento del nostro corpo o della nostra mente, stiamo replicando la stessa logica di sfruttamento che usiamo per le foreste e gli oceani, le risorse minerarie.
E questa logica, la stessa che prosciuga la nostra attenzione, è quella che sta consumando il pianeta. Senza risolvere la crisi dell’attenzione, non riusciremo a risolvere altre crisi, come quella climatica. Perché affrontare le sfide più complesse, richiede qualcosa che oggi sembra sempre più raro: la capacità di concentrarsi insieme, per molto tempo, su ciò che conta davvero.
Ma come possiamo farlo, se ogni forza del sistema ci spinge a distrarci? Se il modello economico dominante ci vuole produttivi, reattivi, consumatori instancabili, ma mai davvero presenti?
C'è un filo che lega queste crisi: lo stesso motore che spinge oltre i limiti della mente umana, spinge anche oltre i limiti ecologici della Terra. La promessa infinita della crescita. Il pensiero che più è sempre meglio, che accumulare valga più che comprendere e che correre sia sempre preferibile al fermarsi.
Ma se invertissimo lo sguardo?
Come suggerisce l’economista Jason Hickel, forse la vera prosperità non è fare sempre di più, ma vivere meglio. Dormire di più. Passare tempo con chi amiamo. Avere relazioni sicure, un lavoro dignitoso, tempo per la natura. Solo così possiamo scegliere obiettivi che non saccheggiano la nostra attenzione e, soprattutto, non saccheggiano il pianeta.
La via d’uscita non è un’altra app, un altro tool per gestire meglio il tempo. È un’altra visione, un cambio di paradigma.
Significa riconoscere che l’attenzione è un bene finito. Che il nostro tempo è sacro e che la lentezza non è inefficienza, ma lucidità. Che il limite non è una barriera, ma una soglia di equilibrio.
Forse non serve inventare un altro mondo. Serve reimparare a vivere in questo.
E la natura ci può dare un’altra possibilità e farci da guida.
Quando ci sediamo ogni giorno nello stesso luogo, un piccolo sit spot, e ascoltiamo. Quando scriviamo ciò che vediamo, sentiamo, respiriamo in un quaderno. Quando ci concediamo tempo senza scopo nella natura, iniziamo a rallentare. E nello spazio vuoto tra i pensieri, tornano le connessioni. Le intuizioni. Le emozioni profonde.
La foresta non ci interrompe.
La natura non è lì per intrattenerci, ma per ricordarci chi siamo.
Forse il primo passo è proprio questo: smettere di correre verso la prossima distrazione e tornare ad ascoltare. I segnali del corpo. Il ritmo del respiro. Le voci intorno a noi. Il ciclo delle stagioni. La voce della Terra.
Il cambiamento inizia da qui.
Da una nuova domanda, più semplice, più radicale: Come posso vivere lasciando più di quanto prendo?
Questa è la newsletter di AConnection, ci facciamo ispirare dalla natura, riconnettiamo persone ed organizzazioni per dare forma a nuovi modelli di generazione del valore rigenerativi, ecosistemici.L’inquinamento finisce in tribunale
In Spagna, un tribunale ha riconosciuto gli impatti devastanti delle “turbo-porcilaie” industriali, vere e proprie fabbriche di inquinamento, ribadendo il diritto delle comunità locali a vivere in un ambiente sano.
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