Dialoghi Naturali #8 Parliamo di post-crescita perchè la sostenibilità non è per tutti
Dal ripensamento sulla rendicontazione di sostenibilità emerge come la crescita green sia ostacolata da eccessivi compromessi per risultare davvero efficace. È tempo di discutere di post-crescita?
Siamo a pochi giorni dai lavori della Commissione Europea, che si è posta l’obiettivo di “realizzare uno sforzo di semplificazione senza precedenti, riducendo gli oneri amministrativi di almeno il 25% e quelli per le PMI di almeno il 35% entro la fine del presente mandato”. Come? Come prima azione, facendo leva su quei meccanismi di cui si era dotata negli ultimi anni per costruire la leadership europea in materia di sostenibilità dei processi produttivi.
Ad essere colpite sono l’informativa sulla finanza sostenibile, il dovere di diligenza ai fini della sostenibilità, la tassonomia degli investimenti sostenibili, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e i programmi di investimento europei.
La narrazione è che queste proposte ridurranno la complessità, in particolare per le PMI e le piccole imprese, basandosi sul presupposto che siano le aziende più grandi ad avere un impatto maggiore sul clima e sull'ambiente (il bilancio di sostenibilità riguarderà solo le imprese con più di 1.000 dipendenti). Nulla di sbagliato: l’impianto delle norme è in effetti ingombrante. Ma tutto di sbagliato: l’idea che l’impegno per la sostenibilità possa essere sacrificato così facilmente e non solo.
Certo, i fattori in gioco sono moltissimi – l’influenza di Trump, le guerre – ma ciò che ci preme osservare è che l’eccesso di misurazione e la gigantesca infrastruttura di indicatori richiesti, ad esempio, dalla normativa sulla rendicontazione sono la spia della burocratizzazione di un comportamento che non è posto sotto controllo da nessun’altra categoria culturale, che è scarsamente regolato dalle normative e che non è neppure soggetto a veri e propri cicli di feedback negativi o positivi.
Una buona ragione di questo stato dell’arte è sicuramente l’elefante nella stanza, che ignoriamo da quando abbiamo iniziato a parlare di corporate social responsibility e del suo ideale sposalizio con il business: il trade-off tra crescita e sostenibilità.
Ma oggi non possiamo più ignorarlo. L’elefante si è seduto, stanco di anni di cecità, e ora è ancora più ingombrante: la crescita economica infinita non è compatibile con la salvaguardia ecologica e con un mondo più equo.
Decrescita e post-crescita: una nuova visione
La questione, allora, non è più se possiamo continuare a crescere in modo sostenibile, ma se possiamo immaginare un mondo che non ruoti attorno alla crescita, ma che si collochi dentro ai limiti planetari con prosperità.
Parlare di decrescita non significa augurarsi il collasso, ma riconoscere la necessità di ridurre l’impatto entro i limiti planetari e redistribuire le risorse.
Parlare di post-crescita significa andare oltre: ridisegnare la nostra economia e le nostre società mettendo al centro la relazione con il pianeta, il benessere e l’equità, anziché il PIL.
Il problema è che cambiare il sistema da dentro il sistema è complicato e può provocare grande frustrazione, soprattutto in chi ci sta provando da anni.
Quello che possiamo fare, però, è riconoscere l’elefante nella stanza e iniziare a conversarci, convergere intorno a un’idea di cambiamento, accendendo conversazioni importanti e unendo i puntini tra discipline, emozioni, intuizioni e competenze.
I prossimi Dialoghi Naturali dal vivo e online di AConnection sono dedicati a queste riflessioni.






