Crisi climatica o crisi delle relazioni?
Dall'economia del dono alla politicizzazione delle Nature Based Solutions.
Questo mese.
- Crisi delle relazioni, crisi climatica e riflessioni dall'economia del dono. - L'articolo scritto per VITA su pubblicità e fonti fossili.
- Siamo stati a l'NBS Italy Hub Meeting e abbiamo preso appunti, notevoli.Crisi delle relazioni, crisi climatica e riflessioni dall’economia del dono.
Negli ultimi decenni, le scienze ambientali e sociali hanno reso sempre più chiaro un dato fondamentale: la crisi ecologica non è solo una questione tecnica o climatica, ma una crisi di relazione. Forse il vero problema non è soltanto il nostro impatto sull'ambiente, ma la distanza che abbiamo preso dal sentirci parte di esso? Il nostro modello economico dominante, lineare, estrattivo, competitivo, ha progressivamente eroso i legami che un tempo ci univano alla terra e agli altri esseri umani. Di fronte a ecosistemi degradati, disuguaglianze crescenti e isolamento sociale, emerge con urgenza la necessità di ripensare le fondamenta della nostra convivenza.
In questo contesto, l’economia del dono, la gift economy, offre altre prospettive. Un’economia che non misura il valore in termini di utilità e profitto, ma in termini di connessioni vitali, reciprocità e gratitudine.
In AConnection ci interessa esplorare le pratiche economiche e politiche che cercano di delineare alternative al concetto di economia dominante e la gift economy ha il merito di mettere in discussione gli assiomi dell’interesse privato e del “do ut des”. Ci interessa esplorare in modo interconnesso: natura, cultura e comunità.
Natura come dono: la lezione della gratitudine ecologica
La natura è un esempio di economia del dono? La natura prospera grazie a scambi reciproci, relazioni di cura e atti di generosità silenziosa. Robin Wall Kimmerer, botanica, ecologa e appartenente al popolo Potawatomi (popolazione di indigeni americani), porta l’esempio delle piante come il serviceberry (amelanchier, o pero corvino) che donano i propri frutti liberamente a esseri umani, uccelli, orsi, chiedendo in cambio solo la dispersione dei semi e il rispetto del territorio.
In natura esistono innumerevoli esempi di relazioni fondate sulla reciprocità e sull’interdipendenza. Sicuramente affascinante è l’esempio delle reti micorriziche: intricate connessioni tra le radici delle piante e i funghi del suolo, attraverso cui gli organismi vivono in una relazione di mutualismo, sostenendosi a vicenda e contribuendo al benessere dell’intera foresta. La scienziata Suzanne Simard ha definito questa rete sotterranea il “Wood Wide Web”, sottolineando come le piante, grazie ai funghi, siano in grado di comunicare, condividere risorse e inviare segnali di allarme. Non si tratta di un semplice scambio di nutrienti come in un mercato, ma di una rete di relazioni dinamiche e profonde, in cui la cooperazione e la connessione sono alla base della salute e della resilienza dell’ecosistema forestale.
Questa visione invita a cambiare prospettiva: invece di interpretare la natura secondo logiche di competizione e scambio economico, possiamo imparare a riconoscere il valore della relazione stessa. Nelle reti micorriziche, il benessere non nasce solo dalla quantità di risorse trasferite, ma dalla qualità delle connessioni che si instaurano tra gli organismi. È il vivere insieme, il coesistere e il cooperare che permette alla foresta di prosperare, affrontare le difficoltà e adattarsi ai cambiamenti. Questo ci suggerisce che la vita, in tutte le sue forme, si fonda su una fitta trama di relazioni, dove il successo di ciascun individuo è legato alla salute della comunità di cui fa parte. Riconoscere questa interdipendenza può aiutarci a ripensare il nostro rapporto con la natura e con gli altri, spostando l’attenzione dal profitto individuale al benessere collettivo e alla cura delle connessioni che ci uniscono.
Riteniamo anche importante riconoscere che le parole e le categorie con cui abitualmente descriviamo il mondo potrebbero non essere sufficienti per raccontare ciò che stiamo cercando di costruire. Parlare di relazione, ad esempio, ci invita a spostare il focus: non è qualcosa che si possiede o si misura, ma qualcosa che si genera, si coltiva e si custodisce. È un processo continuo, fragile e vitale. In questo senso, la relazione può essere intesa come una forma di mutualismo: un intreccio che ci tiene dentro, che ci sostiene e ci trasforma. Non serve a ottenere qualcosa, ma a restare in connessione, a mantenere aperto uno spazio di cura reciproca.
Gratitudine, mutualismo e dono: un modello alternativo per le relazioni
Riconoscere la gratitudine come collante evolutivo significa comprendere che la reciprocità non nasce da un calcolo o da una strategia, ma da un bisogno profondo e biologico di preservare la qualità della relazione. Restituire ciò che si riceve ha a che fare con l’equilibrio relazionale, non con un bilancio dei conti. Valorizzare la cura come substrato economico ci permette di riconoscere che il benessere non dipende tanto dalla quantità di risorse scambiate, quanto dalla qualità dei legami. Come dimostrano le reti micorriziche, è la qualità della connessione che genera resilienza. Nei boschi la salute di una pianta si riflette nella salute dell’intero ecosistema, e nelle società umane? Alla base di una società sostenibile c’è la cura reciproca di noi stessi e delle nostre relazioni.
L’economia del dono ci insegna che il computo delle relazioni non è individuale, ma collettivo e diffuso. In una foresta non esiste “chi deve cosa a chi” ma un equilibrio dinamico in cui il surplus di un organismo può colmare il bisogno di un altro, un’economia dell’abbondanza. Le foreste più sane sono quelle con le reti di connessione più estese e collaborative. Non è la competizione, ma la generosità a costruire sistemi che resistono alle avversità. Come scrive Robin Wall Kimmerer, “Lo scambio chiede “quanto mi dai in cambio?”. Il dono chiede “Come possiamo crescere insieme?”.
Dove la natura è una comunità fondata sulla fiducia, sul dono e sulla reciprocità, come si inserisce l’uomo? Nelle culture indigene, questa logica è da sempre riconosciuta e onorata. La Terra non è una risorsa da sfruttare, ma un parente con cui costruire relazioni di rispetto. In questa visione, dire “grazie” alla natura non è un atto retorico, ma una responsabilità concreta: restituire, rigenerare, custodire. La gratitudine ecologica diventa così una forma di giustizia ambientale, un orientamento etico che ci ricorda che ogni dono ricevuto, acqua, aria, cibo, richiede una risposta.
Adottare questa prospettiva non significa idealizzare la natura, ma imparare da essa. È proprio questo l’ethos della biomimicry: un principio guida che ci invita non solo a imitare i processi naturali per risolvere problemi umani, ma a farlo con rispetto, responsabilità e spirito di reciprocità. Non basta copiare la natura: bisogna onorarla, instaurando con essa relazioni mutuali e sostenibili.
Il pensatore contemporaneo Charles Eisenstein riprende la teoria della gift economy per immaginare un’economia alternativa a quella capitalista.1 Nella sua visione, il dono è il fondamento di un modello di decrescita relazionale: ridurre il consumo, valorizzare i beni immateriali, sostituire la scarsità con l’abbondanza condivisa. Per Eisenstein il dono crea fiducia, e la fiducia crea comunità. È un'economia in cui non si produce per vendere, ma per rispondere a bisogni reali, in una rete di mutua cura. È anche una visione spirituale, che mette in discussione la prospettiva moderna del “più è meglio”.2
In quest’ottica, la comunità non è solo un luogo di appartenenza, ma una fonte generativa di valore. Essere una comunità che genera valore condiviso è di per sé un valore: dà un senso allo stare insieme (perché siamo qui), costruisce identità collettiva (chi siamo) e crea prosperità relazionale (cosa possiamo creare insieme) 3. I legami sociali e sostenibili, quindi, non sono esterni all’economia, ma ne fanno parte. L’economia del dono permette di riconoscere e attivare il potenziale che si genera tra persone, cose e luoghi, un valore spesso invisibile ma essenziale.
Dal principio alla pratica: la comunità di Samsø, Danimarca
L’isola danese di Samsø è diventata un laboratorio vivente di economia del dono applicata alla transizione ecologica4. Dal 2007, è completamente autosufficiente grazie a fonti rinnovabili, eolico, biomassa, solare, mobilità elettrica, ma il vero successo va ben oltre la tecnologia: è sociale, relazionale, culturale. Il cuore del cambiamento è stato un ciclo virtuoso di reciprocità diffusa, dove la condivisione di risorse, competenze e tempo ha generato fiducia, appartenenza e benessere collettivo.
Il processo è stato guidato da investimenti locali e mutuo aiuto tra cittadini, imprese e istituzioni: le risorse e le competenze sono state condivise liberamente, con un approccio basato su accesso anziché proprietà. Il risultato: un’isola 100% rinnovabile, con -140% di emissioni, nuovi posti di lavoro e una comunità coesa.
Il caso di Samsø è un esempio pionieristico e “macro-comunitario” di transizione energetica, nato fuori da un quadro normativo specifico, e che ha dato vita alla Samsø Energy Academy che ospita migliaia di visitatori l’anno, organizza workshop e divulga gratuitamente know-how ad altre comunità. Tutto questo dimostrando che la reciprocità può sbloccare capitali diffusi e consenso sociale, due nodi critici anche per le Comunità Energetiche Rinnovabili CER italiane e forse ispirando le CER stesse per trasformare l’obbligo di condivisione previsto dalla legge in un ciclo virtuoso di reciprocità che vada oltre il taglio e la trasformazione della bolletta.
Una nuova etica per il presente
L’economia del dono ci invita ad abbracciare una nuova etica relazionale, in cui natura e comunità non sono più oggetti da gestire o risorse da ottimizzare, ma presenze vive con cui intessere relazioni significative. Se il concetto di sostenibilità non fosse stato svilito e assorbito da modelli economici lineari ed estrattivi (ridotto a tecnicismi, misurazioni e strategie di greenwashing) potremmo ancora coglierne la portata trasformativa. Nella sua contaminazione con le pratiche della cura e del dono, la sostenibilità si sarebbe potuta rivelare non come un obiettivo da raggiungere, ma come una disciplina dell’interdipendenza, un esercizio quotidiano di responsabilità rigenerativa e di gratitudine attiva. Non solo riduzione delle emissioni o ottimizzazione delle risorse, ma un modo diverso di abitare il mondo, con attenzione, con presenza, con rispetto.
In un tempo segnato da fratture ambientali, solitudini diffuse e sfiducia sistemica, la gift economy offre uno sguardo radicale e rigenerativo: non propone soluzioni pronte, ma ci riporta alla domanda su come vogliamo vivere insieme. Donare, in questo senso, non è un gesto marginale o caritatevole: è un atto politico, relazionale, trasformativo. È una presa di posizione verso un’economia che non si misura in profitti, ma in legami.
Questa è la newsletter di AConnection, ci facciamo ispirare dalla natura, riconnettiamo persone ed organizzazioni per dare forma a nuovi modelli di generazione del valore rigenerativi, ecosistemici.Benvenuti a L’Aia, dove la pubblicità non può inquinare.
La città olandese ha messo al bando le réclame di carburanti fossili, turismo e crociere, per l'azione di un gruppo di attivisti riuniti nell'associazione Verbied Fossiele Reclame, ossia "pubblicità libera dai fossili". Battuta in tribunale l'Associazione delle agenzie di viaggio.
Leggi il nostro articolo su VITA ma anche del grande lavoro che stanno facendo Cittadini Sostenibili in Italia per ottenere lo stesso risultato.
NBS Italy Hub Meeting, alcuni appunti di cose che ci hanno colpito.
Applicare le Nature Based Solutions richiede un approccio ecosistemico: non si tratta di accendere un progetto, ma di attivare un processo di cura e prosperità di lungo periodo. Governance, gestione, manutenzione delle soluzioni diventano fattore di riflessione su come si trasforma la gestione delle infrastrutture cittadine: chi paga per la manutenzione? Chi la esercita? Come ci si prende cura di una soluzione basata sulla natura?
Le reti verdi non esistono senza le reti blu. Ovvero è necessario superare gli interventi a mosaico e intrecciare, così come fa la natura, le infrastrutture base degli ecosistemi a partire dalla disponibilità di acqua, vera alleata anche nel dialogo tra città e campagna.
La biodiversità e le Nature Based Solutions, specchio una delle altre, sono materia difficile da maneggiare anche per gli addetti dei settori che sono determinanti per la creazione di condizioni trasformative ad esempio nei contesti urbani (es. edilizia, architettura, etc.). C’è un vuoto culturale, di competenze e di immaginario di come fare le cose in modo diverso che impedisce la diffusione delle NBS stesse e la trasformazione delle dinamiche socio-economiche che ne permetterebbero la diffusione.
E, collegato a questo, c’è una dimensione politica della posta in gioco che chi si occupa di NBS non dovrebbe trascurare. Le soluzioni win win che siamo continuamente portati a generare e promuovere nascondono una sempre più radicata incapacità e non volontà di gestire i conflitti. C’è chi vince e c’è chi perde con il cambiamento climatico, ci sarà chi vincerà e ci sarà chi perderà anche implementando le soluzioni per tale cambiamento e chi opera in questa direzione deve necessariamente domandarsi come gestire i conflitti che ne deriveranno. Un illuminante Davide Caselli dell’Università di Bergamo.
Eisenstein, C. (2011). Sacred economics: Money, gift, & society in the age of transition. North Atlantic Books.
Thygesen, N. (2019). The gift economy and the development of sustainability. Local Economy, 34(6), 493-509.


