Andare oltre al mito della crescita
Riflessioni su un'analisi del MIT Sloan che guarda al nostro futuro
Per decenni, l’idea che aziende ed economie debbano crescere continuamente è rimasta una delle convinzioni più radicate nel pensiero economico, nella formazione manageriale e nelle strategie aziendali. Un dogma che ha resistito a crisi, cicli di mercato e innovazioni tecnologiche. Ma oggi, in un'epoca in cui i segnali del pianeta diventano ogni giorno più chiari, in cui la realtà climatica ed ecologica ci presenta il conto, quella convinzione inizia a vacillare. Una domanda diventa inevitabile: è ancora possibile crescere all’infinito su un pianeta finito?
Andrew J. Hoffman, docente alla University of Michigan, affronta questa domanda in un saggio pubblicato sul MIT Sloan Management Review, invitando manager, educatori e imprese a fare i conti con una verità scomoda: la crescita perpetua non è più compatibile con la realtà ecologica ed energetica del nostro tempo.
Questa è la newsletter di AConnection, ci facciamo ispirare dalla natura, riconnettiamo persone ed organizzazioni per dare forma a nuovi modelli di generazione del valore rigenerativi, ecosistemici.Oltre la crescita, verso l’equilibrio
L’idea di una crescita infinita è contro il funzionamento stesso della natura, del nostro pianeta. Guardando alla natura, questa idea semplicemente non torna, né nelle dimensioni né nei numeri. Nessun ecosistema ha una crescita perpetua. Nessuna specie si espande oltre i limiti delle risorse disponibili senza pagarne il prezzo. La natura si evolve, si adatta, e tende a raggiungere un equilibrio dinamico in relazione al contesto. È un sistema interdipendente che si rigenera attraverso cicli di trasformazione. Non c’è una direzione lineare, ma un movimento circolare fatto di crescita e decrescita, di morte e rinascita. Così la natura trova il suo equilibrio.
Herman Daly, pioniere dell’economia ecologica, lo ha espresso chiaramente: “l’economia è un sottosistema dell’ambiente.” È un’affermazione potente, perché capovolge la gerarchia implicita nel nostro modello di sviluppo. Non è l’ambiente a doversi adattare all’economia, ma il contrario. Crescere oltre i limiti dell’ecosistema significa inevitabilmente sottrarre energia e materia da altri usi naturali, impoverendo le basi su cui si fonda la nostra stessa esistenza.
Osservando la natura troviamo l’ispirazione per immaginare nuovi modelli economici: sistemi che non negano i limiti, ma li integrano come parte essenziale del proprio equilibrio. Modelli capaci di prosperare senza eccedere, che evolvono in relazione al contesto, e si interrogano con lucidità sulle conseguenze delle proprie traiettorie nel lungo periodo. Dove rigenerazione, cooperazione e adattabilità sostituiscono la logica estrattiva della massimizzazione.
Quattro prospettive per un’economia oltre l’imperativo della crescita
Nel dibattito contemporaneo si delineano quattro approcci principali che mirano a ripensare il concetto di crescita economica. Ciascuno propone diversi livelli di trasformazione e innovazione, ma tutti condividono l’intento di superare l’imperativo della crescita illimitata, orientandosi verso modelli economici più equi, sostenibili e centrati sul benessere delle persone e del pianeta.
Slow Growth - L’economista Dietrich Vollrath sostiene che una crescita economica costantemente in aumento non è né possibile né auspicabile. Un rallentamento della crescita è la risposta ottimale al successo economico e deriva dalle scelte individuali dei consumatori che, in paesi più ricchi, preferiscono lavorare meno e avere famiglie più piccole. Inoltre, Vollrath sottolinea il passaggio da una spesa orientata ai beni materiali a quella per i servizi. Questo spostamento verso i servizi, reso possibile dall'alta produttività nella produzione di beni, è destinato a limitare la crescita del PIL nelle economie avanzate.
Quale tipo di società potremmo costruire se smettessimo di considerare il rallentamento economico un fallimento?
Green Growth - La “crescita verde” proposta da Stiglitz mira a conciliare crescita economica e riduzione dell'impatto ambientale. L’idea si basa sull'innovazione di prodotti meno dispendiosi in risorse naturali e su cambiamenti comportamentali per ridurre l'uso di energia e la produzione di rifiuti. Governi e istituzioni, utilizzando politiche adeguate, sono riuscite a portare a una crescita sostenibile con minori emissioni e consumo di risorse. Tra il 2005 e il 2019, almeno 25 Paesi sono riusciti a ridurre le emissioni di gas serra mentre il PIL continuava a salire. Questo approccio si basa su investimenti in innovazione, infrastrutture sostenibili, e politiche pubbliche lungimiranti.
Fino a che punto è possibile perseguire la "crescita verde" senza superare i limiti ecologici del nostro pianeta?
Post-Growth - I critici della “green growth” mettono in dubbio la sostenibilità di una crescita economica continua, evidenziando come essa sia destinata ad aumentare la domanda di energia, rendendo difficile una vera decarbonizzazione. L’economista Tim Jackson, nel suo libro, definisce la crescita verde un mito e che la prosperità non può essere misurata solo in termini economici. Secondo Jackson, poiché crescita economica e danno ambientale non possono essere separati in termini assoluti, la crescita deve essere abbandonata. Questa è l'opportunità di ridefinire la prosperità oltre i beni materiali, concentrandosi sulla partecipazione sociale e sul senso di scopo.
Che tipo di futuro ci aspetterebbe se misurassimo il successo di una comunità non più dalla sua produttività, ma dalla sua capacità di rigenerarsi e prosperare in armonia con l'ambiente?
Degrowth - Infine, la proposta più radicale: ridurre intenzionalmente produzione e consumo per restare entro i limiti della natura. La decrescita non è declino, ma un’alternativa che mette al centro indicatori come salute, educazione, equità e stabilità ecologica. I suoi sostenitori chiedono una vera transizione verso un’economia orientata al benessere collettivo. L’obiettivo è far sì che l'economia lavori per le persone, non le persone che lavorano per l'economia.
Che nuove possibilità potrebbero emergere se liberassimo tempo ed energia da ciò che non è essenziale, per dedicarci a ciò che nutre davvero le nostre vite e le nostre comunità?
Ripensare il concetto di successo
Queste prospettive, pur diverse tra loro, condividono una premessa fondamentale: la necessità di ridefinire che cosa intendiamo per “successo”. Oggi tendiamo ad associare la crescita economica, e in particolare il PIL, con il progresso, senza chiederci se questo indicatore misuri davvero ciò che conta: la salute del pianeta, la coesione sociale, il senso del nostro agire.
Ma continuare a perseguire la crescita come fine in sé rischia di portarci fuori strada, guidando verso strategie che ignorano i limiti del pianeta e i bisogni reali delle persone. Come sottolinea Hoffman, “senza mettere in discussione l’imperativo della crescita, continueremo a inseguire obiettivi che potrebbero non essere nel nostro interesse di lungo termine.”
Questo vale anche per le imprese. Se il metro di valutazione resta il solo incremento di ricavi, quota di mercato o produttività, la strategia d’impresa potrebbe non coniugare il valore economico con il benessere ambientale e sociale.

Rimettere lo scopo al centro
In questo contesto, emerge l’idea che l’impresa debba trovare un nuovo orientamento, spostando il proprio baricentro dalla crescita allo scopo. Non si tratta di un’operazione di facciata, né di marketing etico: è una revisione radicale della missione economica, come spiega l’economista Colin Mayer:
“Ridefinire gli obiettivi aziendali e concentrarsi sullo scopo non è semplicemente un’evoluzione degli strumenti manageriali convenzionali, ma una profonda riconcettualizzazione della natura dell'attività economica e del modo in cui le economie possono contribuire al benessere umano.”
Lo scopo, in questa visione, diventa ciò che collega l’organizzazione alla società. Un principio guida che permette di creare valore autentico, non solo per gli azionisti, ma per tutti gli stakeholder. E, ancora più profondamente, una via per restituire significato al lavoro, alla leadership, all’innovazione.
La natura come mappa: prosperare dentro i limiti
Se vogliamo immaginare modelli economici davvero alternativi, dobbiamo prima guardare con attenzione a ciò che abbiamo sotto gli occhi da sempre. La natura conosce i limiti: li accoglie, li trasforma, li rende condizioni di equilibrio e rigenerazione. I suoi sistemi non corrono verso l’infinito, ma si adattano, evolvono, cooperano. Osservare la natura ci fa riflettere sul nostro modo di prosperare.
Un fiume, ad esempio, non segue una linea retta. Serpeggia, devia, si adatta al terreno che incontra. Proprio grazie a questa flessibilità, nutre gli ecosistemi che attraversa e a sua volta si arricchisce. Se viene costretto in argini rigidi, rompe gli equilibri fino a compromettere le stesse basi che ne rendono possibile l’esistenza.
I funghi, sotto terra, costruiscono reti sotterranee che collegano alberi e piante in un fitto sistema di scambio e cooperazione. Non crescono per dominare, ma per connettere e rigenerare. Prosperano nei confini dell’ombra, nel ritmo lento della decomposizione, trasformando ciò che muore in nutrimento per la vita nuova. La loro forza e’ nella diversità, dell'interdipendenza.
Le barriere coralline, poi, non si espandono senza fine: si formano lentamente, strato dopo strato, e si sviluppano insieme a microrganismi, pesci, piante. Sono ambienti incredibilmente complessi e sensibili, eppure capaci di grande resistenza. Non grazie alla forza, ma alla varietà, all’interdipendenza, alla misura.
La natura non insegue la crescita infinita: cerca l’equilibrio. Si adatta, si rigenera, resiste, sempre attentamente rispettando i limiti. Non si espande all’infinito: evolve in cicli, risponde ai cambiamenti, costruisce stabilità attraverso la diversità e la cooperazione. Proprio i limiti, sono la condizione perché la vita prosperi.
Vivere dentro i limiti: una strategia per il futuro
Per concludere, il dibattito sulla crescita ci spinge a riconsiderare le nostre priorità. Non possiamo più permetterci di ignorare i limiti. Né quelli ambientali, né quelli sociali, né quelli interni agli individui e alle organizzazioni.
Questi limiti non devono essere visti come ostacoli. Al contrario, possono diventare la base per una nuova creatività economica, più essenziale, più relazionale, più attenta alla rigenerazione che all’accumulazione. L’ispirazione naturale è una chiave concreta per ripensare il modo in cui funzionano le economie, le imprese e le organizzazioni. Rallentare, diversificare, collaborare, rigenerare: sono azioni che la natura conosce bene, e che possono suggerire un nuovo lessico per l’economia.
Una strategia fondata sulla consapevolezza dei limiti non è meno ambiziosa: è più lungimirante. Ci chiede di ridefinire le metriche del successo, i modelli organizzativi, e il nostro ruolo come imprese e cittadini. La decrescita non è la fine. È un ritorno all’equilibrio, un invito a ritrovare il senso del limite come spazio creativo, non come rinuncia. La post-growth non è un passo indietro, ma un’occasione per aprire prospettive nuove, e riformulare la nostra idea di benessere.
Forse non abbiamo tutte le risposte. Ma abbiamo la possibilità, e la responsabilità, di tornare a osservare, a connettere, a immaginare. Di ascoltare di nuovo la Terra, e rispondere con sistemi più essenziali, più giusti, più vivi. Progettati per restare.
Quale sarà il ruolo delle imprese in questo nuovo scenario economico?
Cose belle che ci sono successe nell’ultimo periodo.
Lunedì 19 maggio siamo stati con un team bellissimo nei boschi di Campogrosso immersi nelle magnifiche Piccole Dolomiti per sperimentare i benefici del Forest Bathing e come la riconnessione con la natura possa ispirare riflessioni sulle proprie modalità di lavoro
Mercoledì 7 maggio abbiamo fatto un primo test delle cards che mettono a confronto la nostra modalità di gestione dei limiti come società e la modalità di gestione dei limiti della natura, questo uno dei feedback che abbiamo ricevuto dopo il webinar:
“C'è ancora poca consapevolezza dei parallelismi tra i sistemi socio-economici umani e quelli naturali. Eppure credo che, se capissimo meglio come funziona l’equilibrio in natura, forse saremmo meno inclini a romperlo con le nostre azioni. Il gioco può essere uno strumento potente: fa riflettere senza essere pesante.” Daniela
Grazie alle osservazioni preziose di chi ha partecipato al gioco delle cards, stiamo lavorando a una versione evoluta.
Non vediamo l’ora di ritrovarci di nuovo, carte alla mano, per giocare e riflettere insieme su come possiamo ispirarci alla natura per affrontare i nostri limiti.


